Milano, 22 giugno 2026 – Un nuovo report sull’innovazione delle piccole e medie imprese familiari italiane rivela luci e ombre: solo una su dieci mette a bilancio spese per ricerca e sviluppo, ma gli investimenti totali sono cresciuti del 17% tra il 2020 e il 2024. La ricerca, che vede l’ Università degli Studi di Bergamo tra i partner principali, evidenzia come le realtà più innovative si concentrino tra Lombardia , Veneto ed Emilia-Romagna, con un ruolo cruciale per la capacità di “fare sistema”. Il “Report sull’innovazione delle piccole e medie imprese familiari italiane”, frutto della ricerca condotta da POLIMI School of Management con CYFE-Università di Bergamo come research partner, è stato presentato oggi a Milano. L’analisi, realizzata con Fondazione PwC Italia come strategic partner e Assolombarda e Vistage come partner, ha coinvolto oltre 6.300 imprese a controllo familiare, con un fatturato tra 20 e 150 milioni di euro. Sebbene il numero di aziende che dedicano budget alla R&S sia calato dell’11% tra il 2020 e il 2024, l’investimento complessivo ha registrato una crescita significativa del 17% nello stesso periodo. Le imprese più propense all’innovazione sono quelle tra gli 11 e i 50 anni di età, che generano quasi l’80% della R&S. Nonostante la presenza di oltre 75.000 brevetti a livello nazionale, questi sono concentrati in appena un quarto delle aziende analizzate e hanno spesso una funzione difensiva più che propositiva. L’intelligenza artificiale (AI) è riconosciuta dagli imprenditori, ma più come strumento per non perdere terreno in uno scenario in rapido cambiamento, anziché come leva strategica di crescita per l’innovazione in Bergamo e dintorni. La prof.ssa Cristina Bettinelli , Direttrice del CYFE di UniBg , sottolinea l’importanza della collaborazione in questo contesto. “I dati di questo rapporto ci confermano che né le grandi né le piccole e medie imprese possono più pensare di sviluppare processi innovativi in completa autonomia e facendo leva esclusivamente sulle risorse interne”, ha dichiarato. “In un contesto competitivo in continuo cambiamento, la capacità di fare sistema e di collaborare diventa essenziale. Noi per primi lo testimoniamo con questa collaborazione tra l’ Università degli studi di Bergamo e il Politecnico di Milano, dimostrando come insieme si possa costruire maggiore impatto.” Secondo Emanuela Rondi , Direttrice del Progetto IF! (Imprese Familiari, Innovazione, Futuro) della POLIMI School of Management, le PMI familiari rappresentano il cuore del sistema socio-economico italiano, ma spesso sono ai margini del dibattito sull’innovazione. “Abbiamo scoperto che innovano molto più di quanto i loro bilanci lascino intuire”, afferma Rondi. “Si tratta per lo più di miglioramenti incrementali, soluzioni nate sul campo, collaborazioni con clienti e fornitori che gli strumenti standard catturano solo in parte.” Le sfide per il futuro includono misurare, valorizzare e comunicare questa innovazione per non perdere parte del valore potenziale. La Lombardia si conferma regione leader con 27 delle 100 imprese familiari più innovative e ben 567 aziende brevettanti su 1.730 a livello nazionale. Nonostante una propensione relativa all’investimento in R&S che appare più alta nel Mezzogiorno, nel Nord industriale, incluse le aree di Bergamo e Brescia , molta innovazione è relazionale e di filiera, e dunque non sempre a carico delle singole imprese, ma fondamentale per il tessuto economico locale, come quello della Val Seriana e della Valle Camonica . I settori con la più alta concentrazione di aziende che investono in R&S sono quelli ad alta intensità tecnologica: veicoli a motore e loro componenti (30,8%), seguiti da software e servizi ICT (28,6%), elettronica e ottica (27,1%) e meccanica strumentale (24,3%). L’apertura a capitali e competenze esterne è un fattore chiave, con le PMI familiari più innovative che mostrano una quota di proprietà familiare mediamente più bassa. Tuttavia, il business quotidiano e il timore di condividere competenze spesso frenano la piena apertura all’ecosistema innovativo. Anche la comunicazione digitale è un punto debole: solo 1 post su 8 su LinkedIn, su quasi 7 imprese su 10 che possiedono un profilo, riguarda l’innovazione, aprendo spazi competitivi a chi sa raccontare la propria spinta innovativa.
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