Da ‘L’avvelenata’ a ‘La locomotiva’, le dieci canzoni con cui Guccini ha raccontato l’Italia

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(Adnkronos) – La storia italiana del secondo Novecento -o almeno buona parte di essa- può essere riletta attraverso le canzoni di Francesco Guccini. Dai fermenti del Sessantotto alla memoria della Resistenza, dalla provincia emiliana ai grandi temi della politica, della guerra, dell’amicizia e del tempo che passa, il cantautore modenese, scomparso a 86 anni, ha realizzato un repertorio che ha accompagnato i cambiamenti del Paese, infischiandosene di piacere a tutti. 'Dio è morto', nel 1967, è il brano che segna una svolta nella canzone d’autore italiana. Scritta da Guccini a 25 anni e portata al successo dai Nomadi, racconta la crisi dei valori tradizionali e il bisogno di costruirne di nuovi. Inizialmente osteggiata da parte della Rai per il titolo ritenuto provocatorio, fu invece apprezzata anche in ambienti cattolici per il suo messaggio di speranza, diventando uno dei simboli della stagione della contestazione. "Il 'dio' di cui parlavo era un 'dio' con la minuscola, un 'dio' laico simbolo dell’autenticità" raccontò Guccini in un'intervista a L'Osservatore Romano.  
Nello stesso anno uscì 'Auschwitz': con la voce immaginaria di un bambino ucciso nel campo di sterminio, Guccini affronta il tema della Shoah e dell’assurdità della guerra. Ancora oggi è proposto a scuola come strumento di riflessione sulla memoria. 'La locomotiva', nel 1972, è una ballata epica che si ispira invece alla storia dell’anarchico Pietro Rigosi, raccontando il gesto estremo di un uomo deciso a sfidare il potere. "Scritta in 20 minuti", come raccontò più volte, è diventata una delle canzoni simbolo del repertorio di Guccini e per anni ha chiuso i suoi concerti. Nello stesso anno escono anche 'Il vecchio e il bambino' e 'Incontro'. Il primo narra di un anziano che accompagna un bambino in un paesaggio privo di natura. Un'immagine utile ad affrontare la guerra, l’inquinamento e il rapporto tra memoria e futuro. Il secondo è un brano che parla del tempo che passa, del ritrovarsi casualmente con un vecchio amico, delle strade che si dividono e della nostalgia. 'Eskimo', nel 1978 è invece la storia di un amore giovanile che si intreccia con il racconto di un’intera stagione politica e culturale. Attraverso ricordi personali, Guccini fotografa l’Italia degli anni Sessanta e Settanta, tra militanza e cambiamenti sociali. 
'L’avvelenata', nel 1976, è forse il brano più rappresentativo di Guccini. Scritta in risposta alle critiche ricevute dopo 'Stanze di vita quotidiana', è uno dei testi più diretti della sua produzione: un lungo sfogo contro il conformismo culturale e contro chi pretendeva di incasellare il suo modo di fare musica. 'Signora Bovary', nel 1998, prende ispirazione dal romando di Gustave Flaubert e affronta in modo crudo il concetto di bovarismo insito nella società moderna, con la figura di Emma Bovary, trasposta nella quotidianità della piccola borghesia contemporanea. Un altro brano preso in prestito dalla letteratura è 'Cyrano' del 1996. Col personaggio di Edmond Rostand, Guccini costruisce una critica alla società contemporanea, tra superficialità, perdita di ideali e opportunismo. 'Autogrill', nel 1983, parte invece da un incontro casuale in un’area di servizio per una riflessione sulle occasioni perdute e sui ricordi. Uno dei tanti esempi della capacità di Guccini di far diventare piccoli fatti quotidiani delle storie di tutti. 
—spettacoliwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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