Montagna presa d’assalto dai social 38 milioni di visualizzazioni e tre ore di coda per una foto

Montagna presa d’assalto dai social: 38 milioni di visualizzazioni e tre ore di coda per una foto

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Un video da 38 milioni di visualizzazioni, tre ore di coda per scattare una foto, località alpine che si ritrovano improvvisamente invase da migliaia di visitatori. Dalla Val di Fassa alle Tre Cime di Lavaredo, il turismo alimentato dai social network sta mostrando il suo lato più problematico: troppi visitatori concentrati negli stessi luoghi e spesso con l’unico obiettivo di replicare immagini diventate virali su Instagram e TikTok.

Il caso che nelle ultime ore sta facendo discutere riguarda il Rifugio Friedrich August, in Val di Fassa. Una delle sue particolarità sono i krapfen preparati caldi al mattino. Un’esperienza semplice che, dopo essere diventata protagonista di un video capace di raggiungere 38 milioni di visualizzazioni, si è trasformata in una vera attrazione social.

Il risultato? Persone disposte ad affrontare anche tre ore di coda per arrivare al rifugio, acquistare il krapfen e soprattutto realizzare la fotografia o il video visto online.

Il problema non riguarda il successo del rifugio, ma ciò che accade quando milioni di utenti vengono indirizzati verso lo stesso posto, nello stesso periodo e con lo stesso obiettivo.

Situazioni analoghe vengono segnalate in diverse località delle Dolomiti.

Alle Tre Cime di Lavaredo, una delle destinazioni montane più conosciute e fotografate al mondo, nelle giornate di maggiore affluenza la richiesta può diventare enormemente superiore alla capacità sostenibile degli accessi. Migliaia di persone vogliono raggiungere contemporaneamente gli stessi punti panoramici, spesso proprio quelli diventati celebri attraverso i social.

Non sempre si tratta quindi di escursionisti interessati a vivere la montagna per un’intera giornata. Una parte dei visitatori arriva per raggiungere un luogo preciso, scattare la fotografia vista online e ripartire.

Ancora più delicato è quanto accade al Lago d’Antermoia, a circa 2.500 metri di quota nel gruppo del Catinaccio. Il lago glaciale è diventato una destinazione estremamente popolare e sui social non mancano immagini di persone che entrano in acqua.

Comportamenti che sollevano interrogativi sulla tutela di un ambiente alpino estremamente fragile. Quando un gesto viene mostrato a centinaia di migliaia o milioni di persone, infatti, può rapidamente essere imitato da altri visitatori.

Il problema si sposta poi dalle alte quote ai fondovalle. Tra Moena e Predazzo, in Val di Fassa e Val di Fiemme, durante i periodi di maggiore afflusso turistico si formano code e rallentamenti che coinvolgono inevitabilmente anche chi in quelle località vive e lavora.

Ed è proprio qui che emerge una delle grandi questioni del turismo di massa contemporaneo.

I social network possono rappresentare uno straordinario strumento di promozione per la montagna, facendo conoscere rifugi, sentieri, piccoli borghi e attività che altrimenti avrebbero una visibilità molto più limitata. Ma quando un contenuto diventa virale, il territorio può trovarsi a gestire improvvisamente numeri per i quali non è preparato.

Non è necessariamente il singolo turista il problema. È la concentrazione.

Dieci persone che vogliono fotografare un determinato panorama non creano difficoltà. Diecimila persone che vogliono farlo nello stesso giorno possono cambiare completamente l’equilibrio di una località.

A questo si aggiunge un secondo problema: l’educazione alla montagna.

Molti nuovi visitatori arrivano sulle Alpi senza conoscere completamente le regole, i rischi e soprattutto la fragilità degli ambienti che stanno attraversando. La montagna viene così percepita come una scenografia da utilizzare per fotografie e video, anziché come un ambiente naturale da conoscere e rispettare.

La soluzione non può essere semplicemente aumentare i prezzi.

Biglietti, parcheggi più costosi o contributi di accesso possono contribuire alla gestione dei servizi, ma il prezzo finisce soprattutto per selezionare i visitatori sulla base della loro disponibilità economica. Non necessariamente modifica i comportamenti.

Il tema è emerso anche a Venezia con il contributo d’accesso: far pagare l’ingresso può diventare uno degli strumenti di gestione dei flussi, ma difficilmente può rappresentare da solo la soluzione al sovraffollamento.

Per le località alpine più fragili potrebbe quindi diventare sempre più importante lavorare su numero chiuso, prenotazioni, parcheggi, trasporto pubblico e controllo effettivo degli accessi.

Una volta raggiunta la capacità massima sostenibile di un’area, l’accesso dovrebbe poter essere realmente limitato. Allo stesso modo, nei punti naturalisticamente più delicati servono controlli e sanzioni efficaci contro comportamenti come l’abbandono dei rifiuti o il mancato rispetto delle aree protette.

Ma una parte della responsabilità riguarda inevitabilmente anche chi comunica la montagna.

Creator, influencer ed enti turistici possono contribuire a educare i visitatori, spiegando non soltanto dove andare, ma anche come comportarsi. Nei luoghi particolarmente vulnerabili può inoltre essere utile valutare con attenzione l’utilizzo di geolocalizzazioni estremamente precise e la promozione di esperienze che rischiano di attirare numeri incompatibili con il territorio.

Il punto non è demonizzare Instagram, TikTok o il turismo. Al contrario, i social hanno permesso a moltissime realtà alpine di farsi conoscere e hanno avvicinato nuove persone alla montagna.

Il problema nasce quando un luogo naturale diventa improvvisamente un “set” da raggiungere a qualsiasi costo per replicare una fotografia.

Un lago glaciale danneggiato non torna come prima grazie ai soldi dei parcheggi. Un sentiero sovraffollato non diventa più sicuro perché i visitatori hanno pagato un ticket.

La sfida dei prossimi anni sarà quindi trovare un equilibrio tra promozione turistica, libertà di accesso e tutela della montagna.

Perché una regola senza controlli rischia di rimanere soltanto un cartello. E quando migliaia di persone arrivano contemporaneamente nello stesso luogo, pianificazione e rispetto dei limiti non sono più un’opzione: diventano una necessità.

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