Afghanistan, Zahra Joya: “Per noi donne è una prigione a cielo aperto, serve guerra civile tutta al femminile”

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(Adnkronos) – "Per noi donne l'Afghanistan è una prigione a cielo aperto e la comunità internazionale dovrebbe spendersi molto di più per aiutarci a uscire da questa condizione di sottomissione da parte del regime talebano". A dirlo ad Adnkronos è Zahra Joya, giornalista afghana costretta all'esilio, trasferitasi a Londra dove attualmente vive. Nota a livello internazionale per il suo lavoro di denuncia e per la difesa della libertà di stampa, è stata nominata nel 2022 tra le 100 donne più influenti al mondo dalla rivista Time, oltre a ricevere il premio 'Goalkeepers Changemaker Award' dalla Bill & Melinda Gates Foundation.  Autrice del libro autobiografico 'The Vanishing Girl of Kabul', Zahra Joya conosce bene il peso delle restrizioni: “Sono cresciuta sotto il primo regime talebano negli anni '90. Da bambina ero costretta a travestirmi da maschio, facendomi chiamare Mohammed, percorrendo chilometri a piedi solo per andare a scuola, all'epoca vietata alle femmine. Nonostante il supporto della mia famiglia, sono stata costretta a lasciare l'Afghanistan in seguito al ritorno al potere dei Talebani nell'agosto 2021 e alle minacce di morte ricevute, trovando protezione nel Regno Unito".  Dalla capitale inglese dirige Rukhshana Media, un'agenzia di stampa da lei fondata, coordinando e pubblicando in segreto i reportage di una rete di giornaliste locali rimaste in Afghanistan a rischio della vita. “Dal ritorno al potere, il leader supremo dei talebani ha emanato oltre 400 decreti, di cui più di cento colpiscono direttamente la popolazione femminile. Le donne sono state di fatto cancellate dallo spazio pubblico: è vietato l'accesso alle scuole secondarie e all'università, non possono frequentare parchi o palestre e ogni minimo spostamento richiede la presenza di un guardiano maschio, il mahram”.  Un'architettura repressiva che Joya definisce un ‘apartheid di genere’, un sistema progettato per generare una nuova ondata di analfabetismo e cancellare ogni diritto fondamentale. La condizione afghana richiama anche le lotte per l'emancipazione di altri paesi vicini, in particolare il movimento “Jin, Jiyan, Azadì” donna, vita, libertà, esploso in Iran nel settembre 2022 in seguito alla morte di Mahsa Amini, la giovane curda di 22 anni arrestata e uccisa dalla polizia morale per non aver indossato correttamente il velo. Zahra Joya riconosce i profondi legami geografici e filosofici tra le due battaglie, ma ci tiene a tracciare un confine netto tra le due realtà: “Mentre in Iran le donne affrontano forti restrizioni, mantengono comunque l'accesso all'istruzione superiore e rappresentano oltre il 60% della popolazione studentesca universitaria. In Afghanistan, invece, si assiste a una segregazione assoluta che non trova paragoni nemmeno in nazioni dalle rigide tradizioni conservatrici come l'Arabia Saudita. Noi eravamo sul punto di avere una generazione di donne istruite, ma sfortunatamente l'abbiamo persa. I talebani hanno usato la legge come un'arma contro di noi e ora, l’unica soluzione, è una guerra civile tutta al femminile”.  Di fronte a un simile scenario, per Joya, il ruolo della comunità internazionale diventa decisivo. “I governi stranieri e l'opinione pubblica devono smettere di giustificare le violazioni dei diritti umani etichettandole superficialmente come ‘cultura afghana’. L'estremismo non rappresenta la cultura dell'Afghanistan, la cui popolazione desidera in maggioranza democrazia ed equità. La soluzione passa necessariamente per la fine di ogni tentativo di normalizzazione dei rapporti diplomatici con i talebani e per una ferma applicazione del diritto internazionale, portando i vertici del regime davanti ai tribunali competenti per rispondere delle loro azioni. Voltare le spalle alle donne afghane – conclude la giornalista – significa rinunciare ai valori fondamentali e condivisi su cui si basa la società civile globale”. (di Alessandro Allocca)  
—internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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