(Adnkronos) –
"È un peso che ti lacera dentro: pensare a quelle quarantotto ore in cui sono stato completamente invisibile, senza vedere una sola divisa, abbandonato a me stesso in un limbo di orrore dove se fossi morto nessuno se ne sarebbe accorto per giorni. Quel vuoto totale di umanità è una ferita che non si rimargina". Lo afferma all'Adnkronos l'ex detenuto che, oltre un anno fa, in misura cautelare a Regina Coeli, presentò una denuncia alla polizia penitenziaria della stessa casa circondariale sostenendo di essere stato picchiato, legato al letto con le lenzuola e tenuto per due giorni sotto scacco da altri detenuti dopo essersi rifiutato di nascondere un cellulare. Nella denuncia l'ormai ex detenuto – che preferisce rimanere anonimo, temendo ancora ripercussioni per la sua denuncia pubblica – ricostruì quelle 48 ore e poi il momento in cui, entrato un poliziotto della penitenziaria, si buttò dal letto per chiedere aiuto. Una denuncia sulla quale la procura di Roma aprì un fascicolo e che riportò alla luce il 'business' dei cellulari e della droga nelle carceri, gestito da gruppi di detenuti. Da quell'episodio sono passati oltre 12 mesi, ma nulla di concreto sembra essersi mosso: per questo l'uomo, oggi assistito per questa vicenda dall'avvocato Marco Valerio Verni, torna a chiedere giustizia.
Quali conseguenze si porta ancora dietro?
"Mi porto dentro il terrore e la consapevolezza di aver toccato il fondo dell'annullamento: in quei momenti non sei più una persona, non sei nessuno, sei solo un corpo calpestato. Quei due giorni non li augurerei e non li farei passare nemmeno al peggior nemico, perché ti svuotano l'anima per sempre".
Con il senno di poi è soddisfatto di aver denunciato?
"Sì, perché il silenzio sarebbe una seconda morte, ma fa male da impazzire urlare la verità e sbattere contro il muro di gomma di chi si volta dall'altra parte, lasciandomi solo a portare il peso di un dolore che nessuno sembra voler davvero guardare in faccia".
Si parla molto di carceri, di criticità come il sovraffollamento o la mancanza del personale. Quali sono i problemi più evidenti in un penitenziario dal punto di vista di chi lo ha conosciuto da detenuto?
"Il problema vero non sono solo i numeri o le pareti strette, ma l'assenza totale dello Stato, l'anarchia in cui si muore dentro senza che nessuno muova un dito; quando spariscono le regole e le tutele, la cella diventa una tomba a cielo aperto dove la vita umana perde ogni valore".
Sono frequenti le operazioni che portano a sequestrare droga e cellulari nelle celle. Proprio la questione dei telefoni è al centro della sua storia: che idea si è fatto e come intervenire?
"Quei telefoni e quei traffici dentro le celle sono la prova provata che c'è un controllo parallelo, una connivenza che rende chi comanda dentro più forte di chi dovrebbe sorvegliare, lasciando i vulnerabili in balia di una violenza quotidiana e incontrollata".
Dopo la sua esperienza rivolgendosi direttamente alla politica – al ministro della Giustizia Nordio ad esempio- cosa si sente di chiedere?
"Al ministro e alle istituzioni chiedo di smetterla con le risposte vaghe e burocratiche di fronte a crimini inaccettabili: chi sa e sceglie di tacere o di minimizzare non fa solo finta di niente, ma rischia di diventare complice di quella stessa barbarie".
Spesso rispetto al tema delle carceri c’è pregiudizio o indifferenza. Alla gente comune quale messaggio si sente di mandare?
"Alla gente comune dico di aprire il cuore e di pensare a cosa significhi essere cancellati dal mondo per quarantotto ore, senza un briciolo di umanità o protezione: voltarsi dall'altra parte e ignorare la tortura significa calpestare la dignità di ogni essere umano, perché quello che succede là dentro riguarda la coscienza di tutti noi. In quelle quarantotto ore non ho visto una divisa, non ho visto nemmeno un infermiere nonostante avessi una terapia da prendere: nessuno è passato a guardarmi in faccia o a controllare le mie condizioni. L'unica cosa che ho visto sono stati coltelli, mazze artigianali, dita infilate negli occhi e la violenza cieca che mi ha lasciato cicatrici profonde, non solo quelle fisiche per cui oggi non ci vedo molto bene, ma quelle nell'anima".
Cosa intende?
"I ricordi e gli incubi mi svegliano di notte. E la cosa più vergognosa è che, una volta uscito, dallo Stato non ho ricevuto accoglienza o giustizia, mentre le associazioni che dicono di battersi per difendere i detenuti si sono totalmente voltate dall'altra parte. Menomale che, accanto a me, ad assistermi e sorreggermi, c’è stato e c’è il mio avvocato: la consapevolezza è, ora più che mai, quella di dover combattere anche per far sì che quello che ho patito io non lo debbano soffrire altri".
—cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
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