(Adnkronos) – La Groenlandia potrebbe essere il nuovo ‘Far West’ di Donald Trump. Da un lato, la ricchezza di risorse del sottosuolo e il controllo delle rotte commerciali che passano per i mari artici, dall’altro uno ‘spazio vuoto’ che il cambiamento climatico, in futuro, renderà meno inospitale, che non sfugge all’occhio dell’immobiliarista. È un’ipotesi, quella che fa con l’Adnkronos Paolo Borioni, esperto scandinavista e docente di istituzioni e culture politiche alla Sapienza di Roma, che si inserisce nel novero degli interessi geopolitici che gravitano da sempre attorno all’isola verde, ora nel mirino dell’amministrazione Usa guidata dal tycoon. “A Trump non interessa fermare il cambiamento climatico” ma al contrario percepisce come vantaggioso “acquisire un territorio ‘vuoto’ che, con un clima più mite, possa accogliere uno spostamento selettivo di fasce di popolazione: una sorta di nuovo Far west concepito con la mente dell’immobiliarista”, spiega Borioni. Quella fetta di americani che, per esempio, vive in zone ad altissimo rischio di uragani, ma anche i miliardari interessati ad arrivare per primi in un’area del mondo meno popolata e che, in futuro, sarà meno esposta all’impatto immediato del surriscaldamento globale. Come il Klondike, ma al posto dell’oro si corre per costruire: basi militari, abitazioni, infrastrutture. Il territorio groenlandese “è aspro e ha attualmente una bassissima presenza infrastrutturale” che rende “complesso anche sfruttare le molte risorse del sottosuolo, perché conta zone estrattive ubicate in punti remoti dei mari artici, di natura poco navigabili” e riducendone dunque la remuneratività nel breve periodo. Per questo, dice il professore, è necessario cercare di comprendere a tutto tondo il motivo de “l’ossessione” americana nei confronti dell’isola verde. E le sue potenzialità, molto più che il suo attuale peso, sono un aspetto centrale. Anche perché l’ombra cinese e russa, in questo scenario, è meno pressante di come la restituisce la vulgata Usa. “Nelle penultime elezioni i groenlandesi”, quelle in cui vinse la sinistra di Inuit Ataqatigiit “hanno votato proprio in opposizione ad un grande progetto di sfruttamento promosso da una joint venture tra cinesi e austrialiani che prevedeva uno sfruttamento del territorio quasi ‘a cielo aperto’ con pesanti ripercussioni ambientali”, ricorda l’esperto. Non solo per un fattore ‘identitario’ e di tutela dello straordinario patrimonio ambientale, ma anche per un fatto di sussistenza: “la popolazione è estremamente legata allo sfruttamento della flora e della fauna. I mari artici sono pescosissimi, e l’export del pescato è una delle principali leve dell’economia groenlandese”. Ed è qui che si inserisce la Cina: “Come tutti i paesi che vivono un rapido processo di industrializzazione, passando da un’economia agricola ad una, appunto, industriale, la Cina ha ridotto la propria autosufficienza agricola e dunque è uno dei principali mercati di sbocco di questo prodotto”, chiarisce Borioni Ma quindi lo scenario di un’aggressione militare è realistico? “Non credo”, afferma il professore, che su questo sposa la ‘linea-Tajani’. “Ma – chiosa anche – dopo aver ripetuto ossessivamente che la vogliono e ne hanno bisogno, gli Usa si siedono ‘con la pistola sotto al tavolo’ e la libertà contrattuale di danesi e groenlandese può essere già indebolita”. Una mossa calcolata, quindi, che punta ad ottenere il controllo attraverso una strategia meno violenta ma più penetrante, e che si lega a doppio filo con l’economia groenlandese e i suoi punti scoperti. È noto, infatti, che – al di là dei gamberetti – la Groenlandia, proprio in ragione della sua natura selvaggia e della scarsa densità abitativa, abbia una forte dipendenza dai sussidi governativi della Danimarca, pari a circa 1 miliardo di dollari l’anno. Ma se gli Stati Uniti riuscissero ad ottenere il via libera per costruire delle nuove basi americane sull’isola, inviando un contingente di soldati e personale tecnico e amministrativo che potrebbe agilmente arrivare alla metà dell’attuale popolazione, si ritroverebbero di colpo in mano i cordoni della borsa: “L’impatto sul modo di vivere della popolazione locale sarebbe gigantesco, sarebbe una presenza letteralmente capace di dare da vivere agli autoctoni”. E tutto questo senza incidere sui conti domestici americani, o comunque non in maniera gravosa. “A quel punto – nota l’esperto – una volta che dirigi il mercato del lavoro e gli imprenditori, dirigi anche tutta la classe dirigente” rendendo di fatto la Groenlandia “uno stato satellite come era Cuba prima della rivoluzione”. La Groenlandia non vi fa parte – la sua politica estera è ancora nelle mani di Copenhagen – ma storicamente rivendica un seggio tra i paesi del Nord del nord Artico. “Trump potrebbe inserirsi in questa dinamica rivendicando ai groenlandesi il seggio e facilitando questa riforma per poi esercitare una leva fortissima sul governo di Nuuk una volta che si sia consolidata una massiccia presenza Usa nel paese artico”. E avere una Groenlandia-satellite nel Consiglio sancirebbe “una marginalizzazione totale della Danimarca” e conseguentemente anche dell’Europa, che dovrebbe fare i conti con “uno spostamento delle linee commerciali e con una perdita di capacità regolativa”, osserva Borioni. Per salvaguardare i propri interessi commerciali, quindi, l’Ue dovrebbe “ribaltare le proprie politiche. Per reagire, Bruxelles dovrebbe valutare un rapporto diverso, pacificato, con la Cina” che “vorrebbe rotte più facilmente percorribili, e sicure, rispetto alla via della seta che attraversa il travagliato Medioriente”. Insomma, conclude: “L’unico modo per bilanciare il potere americano è mantenere la Groenlandia una zona aperta a tutti”. (di Martina Regis)
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