(Adnkronos) – Gli scienziati lo hanno recuperato da antichi resti umani in un riparo roccioso vicino a Bogotà, in Colombia, risalenti a 5.500 anni fa. E' un genoma del batterio che causa la sifilide e potrebbe riscrivere le origini di questa malattia infettiva, rivelando nuovi indizi sulla sua presenza nelle popolazioni umane. Il Treponema pallidum è un batterio a spirale. Le sue sottospecie sono oggi responsabili di 4 malattie cosiddette 'treponemiche', tra cui appunto la sifilide, e poi la framboesia, il bejel e la pinta. Infezioni tropicali che affliggono le popolazioni umane in gran parte del mondo da migliaia di anni. Nonostante questa lunga storia, però, rimangono tuttora sconosciute molte delle informazioni sul passato di queste malattie e sulla loro distribuzione globale, così come sulla storia evolutiva dei batteri che le causano. Tra le questioni più dibattute c'è l'origine geografica e la diffusione nel mondo della sifilide. C'è chi sostiene che la patologia abbia avuto origine nelle Americhe e sia stata portata nell'emisfero orientale in seguito al contatto con gli europei alla fine del XV secolo. I risultati del nuovo studio, pubblicati sulla rivista 'Science', permettono di ampliare le conoscenze e aggiungono dettagli preziosi che possono aiutare a decifrare il rebus genetico di questo batterio. La scoperta ottenuta dai resti umani di Sabana de Bogotá sposta indietro di oltre 3 millenni la documentazione genetica di questa specie patogena, rafforzando l'evidenza che queste infezioni circolano nelle Americhe da molto più tempo di quanto si pensasse. "I nostri risultati mostrano il potenziale unico della paleogenomica nel contribuire alla nostra comprensione dell'evoluzione delle specie e dei potenziali rischi per la salute nelle comunità passate e presenti", osserva il genetista Lars Fehren-Schmitz dell'Università della California a Santa Cruz. Il Treponema pallidum oggi esiste in 3 forme strettamente correlate, ciascuna responsabile di una malattia diversa: sifilide, framboesia e bejel. Una quarta malattia, la pinta, è causata dal Treponema carateum, ma non è stato ancora recuperato un genoma di questo patogeno, il che solleva dubbi sulle sue relazioni filogenetiche e sulla sua classificazione tassonomica. Sebbene le tre sottospecie di T. pallidum siano geneticamente quasi identiche, gli scienziati non sanno quando o come siano emerse le diverse forme della malattia. Nello studio il team ha dimostrato che il Dna antico recuperato appartiene alla specie Treponema pallidum, ma non corrisponde a nessuna delle forme geneticamente note che causano malattie oggi. Sebbene strettamente imparentate, le due specie si sono differenziate precocemente nell'albero evolutivo. "Una possibilità è che abbiamo scoperto un'antica forma del patogeno che causa la pinta, di cui sappiamo poco, ma che è endemico nell'America centrale e meridionale e causa sintomi localizzati sulla pelle", ragiona Anna-Sapfo Malaspinas dell'Università di Losanna, group leder al Sib Swiss Institute of Bioinformatics. "Al momento non possiamo dimostrarlo, ma è una pista che vale la pena approfondire". Gli scienziati stimano che questo antico ceppo si sia separato dagli altri lignaggi di T. pallidum circa 13.700 anni fa. Le tre sottospecie moderne, al contrario, si sono differenziate molto più di recente, circa 6mila anni fa, il che è in linea con le ricerche precedenti. "Le attuali evidenze genomiche, insieme al genoma qui presentato, non risolvono l'annoso dibattito sull'origine delle sindromi patologiche stesse, ma dimostrano che esiste una lunga storia evolutiva di agenti patogeni treponemici che si stava già diversificando nelle Americhe migliaia di anni prima di quanto si sapesse in precedenza", chiarisce Elizabeth Nelson, antropologa molecolare e paleopatologa della Southern Methodist University (Smu). Capire come sono emerse le malattie treponemiche e come si sono evoluti i patogeni è sorprendentemente complicato, dicono gli esperti, perché i batteri sono quasi identici geneticamente, ma vengono trasmessi in modo diverso e possono variare nella presentazione clinica. "I nostri risultati spostano indietro di migliaia di anni l'associazione del T. pallidum con gli esseri umani, probabilmente a più di 10mila anni fa, nel tardo Pleistocene", illustra il ricercatore Davide Bozzi, Università di Losanna e Sib. La scoperta si basa su anni di ricerca archeologica e genomica collaborativa condotta nel sito Tequendama 1 ed è emersa inaspettatamente. Inizialmente, i ricercatori avevano sequenziato il Dna dell'individuo ritrovato per studiare la storia della popolazione, generando 1,5 miliardi di frammenti di dati genetici. Durante lo screening di questi dati, i team dell'Università della California a Santa Cruz e dell'Università di Losanna hanno rilevato indipendentemente l'uno dall'altro la presenza di T. pallidum e hanno unito le forze per indagare. Le tre malattie causate dal T. pallidum (bejel, framboesia e sifilide) possono lasciare segni sulle ossa, ma solo in determinati stadi e non in tutte le persone infette. La maggior parte dei genomi antichi di questo batterio è stata recuperata da denti o ossa di persone con chiari segni di infezione, ma questo scheletro non ne presentava nessuno. I ricercatori hanno campionato una tibia, elemento non tipicamente utilizzato per l'estrazione di Dna antico e l'approccio ha dato i suoi frutti, suggerendo che anche le ossa senza segni visibili di malattia potrebbero essere preziose fonti di Dna patogeno. I ricercatori ritengono che comprendere come le malattie infettive sono emerse e si sono evolute in passato potrebbe aiutare gli scienziati a prevedere come potrebbero cambiare in futuro e ad aiutare le società a prepararsi per ciò che l'attende. Prima della pubblicazione, i ricercatori hanno condiviso i loro risultati con le comunità colombiane. "Questo processo è stato essenziale perché i risultati sono profondamente legati alla storia medica e culturale della Colombia", evidenzia l'archeologo Miguel Delgado dell'Universidad Nacional de La Plata in Argentina. I risultati del lavoro suggeriscono che l'emergere della sifilide non dipenda dall'intensificazione agricola e dall'affollamento della popolazione, spesso legati alla diffusione di malattie infettive, osservano alcuni esperti, quanto piuttosto dalle condizioni sociali ed ecologiche delle società di cacciatori-raccoglitori. "Riconsiderare la sifilide, insieme ad altre malattie infettive, come prodotto di condizioni evolutive, ecologiche e biosociali, e della globalizzazione, può rappresentare un passo fondamentale verso la riduzione dello stigma e il miglioramento della salute pubblica", scrivono in un commento correlato gli esperti Molly Zuckerman e Lydia Ball.
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