Alla Notte Bianca di Gandino le specialità di carne di pecora

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Un omaggio alla storia locale e alla tradizione dell’allevamento montano della Val Gandino. Venerdì 3 luglio in occasione della Corsa delle Uova e della Notte Bianca di Gandino fra le proposte dei punti ristorazione ci saranno anche specialità legate alla carne di pecora.
In via IV Novembre, presso la tabaccheria Silvia Castelli, lo staff del Funny Pub di Silvia Savoldelli proporrà i tradizionali arrosticini, spiedini di carne di pecora tipici dell’Appennino, in particolare della cucina abruzzese. In Piazza Vittorio Veneto il Caffè Centrale “La Spinata”, oltre ai tradizionali e rinomati prodotti a base di Mais Spinato di Gandino, proporrà tagliatelle al ragù di pecora, gulash con polenta di Mais Spinato, bergna e formaggio fuso. La bergna, più che un piatto è un’antica modalità di conservazione della carne di pecora, posta essiccare al vento. La carne viene salata a secco impiegando, oltre al sale, pepe in abbondanza ed erbe aromatiche. Si consuma cruda, tagliata in fette sottili, oppure suddivisa in piccoli pezzi ed arrostita sul camino. Le specialità di pecora andranno ad arricchire anche l’assortimento di Spinate Roll e in pala.
La Val Gandino è fortemente legata alla tradizione dell’allevamento ovino e alla conseguente lavorazione della lana. Qui c’erano e ci sono pascoli e pastori, ma anche competenze artigianali uniche legate al lavaggio, alla filatura, alla tintura, al finissaggio. Nel 1400 fra Peia e Gandino c’erano più pecore che abitanti ed il “panno bergamasco” indicava sin da allora una denominazione d’origine precisa e riconoscibile sui mercati, più volte certificata da specifici listini. Dalla Val Gandino partiva un tempo la “Via della Lana”, un’antica mulattiera che ha consentito nei secoli il commercio dei pregiati pannilana prodotti in Valle. I mercanti varcavano la Val Cavallina ed il passo del Tonale per raggiungere le rinomate Fiere di Bolzano ed il mercati mitteleuropei.
La caratteristica della pecora bergamasca è quella di avere un vello grosso, ruvido, poco lungo e scarsamente elastico. Il calibro del pelo è superiore ai 30 micron. Il Panno Bergamasco trovava la sua nicchia di mercato soprattutto fra le classi medio basse della popolazione (contadini, salariati, piccoli artigiani), in cerca di un prodotto adatto alle proprie tasche e che durasse nel tempo. Era, infatti, un tessuto molto robusto, resistente, quasi indistruttibile e con la follatura infeltrito quanto basta per diventare pressoché impermeabile. A lavorare la lana furono inizialmente i contadini stessi che sfruttavano in genere i tempi morti dei cicli stagionali. Provvedevano a due tosature (la maggenga, più pregiata, e l’agostana), sgrassaggio, battitura, pettinatura, cardatura, filatura e tessitura. Una filiera a chilometri zero che pose le basi per l’Emancipazione di Gandino dal feudatario Ficeni nel 1233 e l’esplosione industriale e commerciale dei secoli successivi. Per la lana ci sono in Val Gandino testimonianze fortemente evocative a livello culturale: dalle camicie scarlatte dei Mille di Garibaldi, con stoffa tinta a Gandino nel 1860, al saio reliquia di S.Padre Pio custodito dalle Suore Orsoline, all’ultima Ciodera, presso il Lanificio Torri nel fondovalle. Per non parlare del Museo della Basilica di Gandino con i suoi antichi tessuti e del Museo del Tessile di Leffe con i propri macchinari funzionanti.

Lana Gandino 1
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Stemma storico Lana Val Gandino
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