Dopo il recente riconoscimento della Cucina Italiana come Patrimonio immateriale dell’umanità, avvenuto nel dicembre 2025, si apre ora un nuovo possibile scenario: la candidatura della Cultura Alimentare delle Alpi come patrimonio UNESCO.
Un percorso già avviato e sostenuto anche dalla pubblicazione di un importante volume firmato da Michele Corti, dedicato alla produzione e al consumo alimentare nella montagna alpina lombarda tra il 1800 e il 1960.
Il libro è disponibile in questi giorni sul sito dell’editore, al prezzo di 20 euro, una cifra volutamente accessibile per favorirne la diffusione: https://festivalpastoralismo.org/libri-ven
. Un’opera corposa, con oltre 400 pagine, pensata per raggiungere un pubblico ampio e contribuire alla valorizzazione di una cultura spesso poco conosciuta.
“Si tratta di uno sforzo editoriale di grande importanza”, sottolinea Corti, già autore di volumi come I ribelli del Bitto e I territori del cibo. Il lavoro mette in luce le origini contadine di quelli che vengono definiti veri e propri “giacimenti” di cultura alimentare.
Il recente riconoscimento della Cucina Italiana ha valorizzato la straordinaria diversità bioculturale del Paese, frutto di secoli di pratiche rurali, contadine e pastorali. In questo contesto, le comunità alpine hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo di tecniche di produzione, conservazione e consumo del cibo, adattate a territori difficili e risorse limitate.
Non è la gastronomia in sé a essere candidata all’UNESCO, ma il rapporto collettivo con il cibo, costruito nel tempo dalla civiltà contadina, fatto di saperi, pratiche e tradizioni che raccontano un legame profondo con il territorio.
La candidatura, presentata dalla Svizzera, coinvolge anche Francia, Italia e Slovenia, in un progetto condiviso che punta a riconoscere il valore culturale delle pratiche alimentari alpine.
Il volume nasce anche dall’esperienza del progetto I Territori del Cibo, sostenuto tra gli altri dalla Comunità del Mais Spinato di Gandino, e ricostruisce un sistema alimentare basato su filiere locali e tradizionali: dal campo al pascolo, dalla vigna alle casere, fino ai mulini, ai crotti e alle cantine.
“Nella realtà contadina produzione e consumo erano strettamente legati”, spiega Corti, evidenziando come ogni pratica fosse adattata alle condizioni ambientali, alla disponibilità di risorse e agli strumenti dell’epoca.
Il libro, articolato in due capitoli generali e sedici sezioni dedicate alle diverse coltivazioni e specie allevate, si sviluppa in 416 pagine e include un inserto fotografico di 48 pagine con immagini storiche e d’autore provenienti da diverse aree alpine lombarde.
Ampio spazio è dedicato anche agli aspetti sociali e simbolici del cibo, oltre che ai cambiamenti storici che, con lo sviluppo del mercato nazionale, dei trasporti e delle strutture amministrative, hanno progressivamente trasformato e in parte fatto scomparire la civiltà contadina.
Dalla zona del Luinese fino a Bagolino, il volume offre una mappatura dettagliata delle principali valli lombarde, rappresentando uno strumento prezioso per chi vuole approfondire le radici e l’evoluzione della tradizione alimentare alpina.
Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito www.festivalpastoralismo.org
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